Storia del Rotary
Chi, reduce da edificanti letture rotariane, abbia la ventura di imbattersi in documenti conservati in negletti archivi storici può trarne una sensazione di sconcerto. Il lettore aduso alla vulgata proposta dalla stampa corrente trova estraneo alle sue consolidate conoscenze il contenuto di molte di quelle antiche carte. Esse documentano, infatti, la sostituzione nella saga rotariana di asserite certezze a lacune incolmabili su base storica, l’affermazione di presunti caratteri originari evoluti nel tempo lungo un percorso lineare, l’inconsistenza della dichiarata priorità dell’attività umanitaria-assistenziale quale programma prioritario fin dai primordi, l’avventata attribuzione di aureole in riconoscimento di meriti in realtà inesistenti. Una sensazione di sconcerto può anche sorgere scorrendo i vecchi numeri di ‘The Rotarian’, che seguì mensilmente la vita del sodalizio dal 1911, e, per quanto concerne l’Italia, quelli di ‘Il Rotary’ dal suo primo numero dattiloscritto del 1924 recante il titolo di ‘Rotary italiano’, sino ai numeri della rinascita post-bellica recanti per decenni il titolo di ‘Rotary’ e oggi, in versione digitale, quello di ‘Rotary Italia’.
Esiste attualmente uno iato fra le pubblicazioni ufficiali rotariane, prime fra le quali le rassegne sul Rotary International e sulla Rotary Foundation, pubblicate rispettivamente nel 2003 e nel 2015, entrambe ad opera dello stesso autore, e i più significativi studi di ricercatori indipendenti, fra i quali figurano non pochi rotariani. Scopo della monocorde pubblicistica corrente, che dei testi ufficiali riproduce l’impronta dello “story telling”, è quello di illustrare le azioni svolte dal Rotary in funzione della costruzione di un mondo migliore, di una più matura consapevolezza dell’appartenenza ad una istituzione a diffusione mondiale, della esposizione di motivi che riescano a indurre i non adepti a partecipare a programmi internazionali. Essa svolge un ruolo di rilievo, proprio per il suo carattere apologetico e promozionale, nel mantenere vivo l’interesse per l’attività globale del sodalizio e nel proporre a chi si senta attratto dal “fare del bene nel mondo” un mezzo efficace di intervento entro le numerose opzioni attualmente alla portata di ciascuno. La ricerca indipendente, in quanto tale avulsa da intenti celebrativi e propagandistici, mira in primo luogo – oltre che alla raffigurazione imparziale di un movimento che ha avuto, e ancora mantiene, un suo spazio nella società contemporanea – alla conservazione della memoria storica rotariana. Suoi obiettivi sono: la fedele ricostruzione delle vicende del sodalizio, rigorosamente basata su fonti documentali e il più possibile vicina al miraggio della assoluta obiettività; la cura a che non cada l’oblio su principi originari del Rotary, quali la promozione dei “migliori interessi” della comunità; l’affermazione della priorità dell’impegno civico (“Civic Work”) su quello caritatevole (“Charities”).
Numerose inesattezze ricorrono nella saga rotariana. La data di fondazione, tradizionalmente indicata nel 23 febbraio 1905, è contraddetta da diversi fatti e testimonianze. Sono conservati nell’archivio storico del Rotary Club ‘Number One’ di Chicago alcuni fogli di carta da lettera del Club che recano la dizione “Fondato giovedì 25 gennaio 1904”; essi risalgono al 1907-1908, come attestato dalla citazione del nome del Presidente, Paul Harris, il quale aveva rinunciato in precedenza ad assumere quella carica. Gli Atti della prima Convention rotariana (Chicago, 15-17 agosto 1910) riportano la stessa data. Ancora, George Clark, antico datore di lavoro di Paul Harris durante i suoi ‘cinque anni follia’, scrisse di essere in possesso di un documento risalente al gennaio 1905, attestante il conferimento della qualifica di socio onorario del Club che, stando alla datazione tradizionale, non era stato ancora costituito. Rufus Chapin, per oltre un trentennio Tesoriere del Rotary International, nella sua corrispondenza privata colloca la fondazione fra il dicembre 1904 e il gennaio 1905. William Jenson, primo Segretario del Club, in una sua lettera anticipa anch’egli la data di fondazione. La realtà è icasticamente presentata da Charles Newton, “oracolo del Rotary”, nella sua vasta corrispondenza con pionieri rotariani: “Noi veterani sappiamo che nessuno conosce la data esatta del primo incontro. Ne discutemmo fra noi, decidemmo che il Rotary dovesse avere una data di nascita e optammo per martedì 23 febbraio 1905, data arbitrariamente tratta dal calendario e rimasta tale da allora”. Deve tutto ciò indurci a ripudiare la data corrente? Certamente no, ma è doveroso ammettere che si tratta di una data simbolo, non di una data storica.
I tre uomini che la stampa rotariana corrente indica quali “fondatori del Rotary”, Silvester Schiele, Gustavus H. Loehr, Hiram E. Shorey, non furono mai riconosciuti come tali da Paul Harris, che li definisce, insieme a sé stesso, “i primi quattro”, “il primo gruppo”, “i quattro delle origini”. Al di là di quanto riportato da Harris nei suoi scritti pubblici, sempre benevoli nei confronti di costoro, valgano i giudizi espressi nella sua corrispondenza privata, intrattenuta confidenzialmente con diversi pionieri rotariani nel corso degli anni. Egli non nasconde la sua insofferenza nei riguardi dell’attribuzione di meriti ingiustificati. “A Schiele è dovuto maggior credito rispetto a Loehr e a Shorey, il primo dei quali si ritirò e il secondo fu ritirato, ma la sua opera non può essere confrontata con quella di [Harry L.] Ruggles [quinto rotariano per ordine di anzianità]… Io non posso cancellare la sensazione che dare a Schiele significa togliere a Ruggles…Né Gus [Loehr] né Shorey svolsero parte alcuna nel Rotary… Non corrisponde al mio senso di giustizia l’attribuzione di speciali meriti ai primi quattro… Io fui sempre presente e ritengo che le mie informazioni siano le migliori… Ci sono state di quando in quando discussioni su chi abbia fatto questo o quello nei primi tempi del Rotary. Ho pensato talora che siano state avanzate pretese disoneste”. L’apparentemente sibillino riferimento a Loehr (“si ritirò”) e a Shorey (“fu ritirato”) ricorda: a) la defezione di Loehr già dalle riunioni immediatamente seguenti quella iniziale, a causa dei suoi interessi d’affari; b) l’assenza totale di Shorey da quelle riunioni, tanto che il primo elenco dei membri del Club, pubblicato alla fine del 1905, non lo nomina e attribuisce la classifica di sarto, quale Shorey era, ad altra persona.
La sede del primo incontro è stata variamente descritta, talora in termini del tutto fantasiosi, frutto dell’immaginazione dei redattori e senza legame alcuno con i fatti acclarati. La stessa storia ufficiale del Rotary fornisce una versione più prossima a un capitolo di romanzo che ad una cronaca informata. “Ciascuno dei quattro si presentò, comunicando la propria professione e illustrando le circostanze che lo avevano condotto a Chicago attraverso un percorso straordinariamente simile a quello degli altri. Paul Harris espose la sua sensazione di vuoto per non avere veri amici in città, il suo sdegno per la pratica ‘cane mangia cane’, usuale nello scambio di affari, e la sua difficoltà nell’individuare persone degne di fiducia nelle relazioni personali e commerciali”. Questa versione amplia arbitrariamente i contenuti del primo incontro oltre a quanto testimoniato dallo stesso Paul Harris, il quale riferisce di avere presentato in quella occasione “un semplice piano di reciproca collaborazione e di amicizia informale”. Egli precisa inoltre nella sua corrispondenza privata: “Eravamo noi quattro presenti quella sera; parlammo del tema in termini generali e decidemmo di avere un altro incontro nel mio ufficio dopo circa una settimana. No, non avvenne alcunché di straordinario nel primo incontro. Mi sembra che Loehr e Shorey avessero qualche divergenza a proposito di una giovane signora che ciascuno di loro appariva intenzionato a chiamare al telefono, ma questo nulla aveva a che fare con il Club”.
Il motivo della confusione di date dipende da circostanze sottolineate da Chesley R. Perry, Segretario Generale del sodalizio dal 1910 al 1942. “Non esistono verbali delle prime riunioni del Club; …i ricordi dei pionieri sono contradditori” e non tali da consentire in molti casi conclusioni attendibili. Per quanto concerne invece improprie attribuzioni di ruoli, di funzioni, di meriti, quali risultano dalla pubblicistica corrente, ciò dipende dalla sconoscenza del patrimonio archivistico, dal che dipende il ripetitivo ritorno su racconti che uno studioso rotariano tedesco definisce “Geschichtchen”, termine difficilmente traducibile se non con “storielle”.
È generalmente ammesso che il carattere iniziale del Rotary fosse utilitaristico, basato sullo scambio di affari, per lo più di modesta portata. Tuttavia, quel reciproco sostegno in un ambiente caratterizzato da schietto cameratismo e da reciproca fiducia, costituiva un notevole progresso rispetto allo standard di quella società, caratterizzato da assiomi quali “gli affari sono affari”, “ciascuno per sé e chi rimane indietro vada al diavolo”, “il tuo concorrente è un tuo nemico”, “colpisci tu per primo prima che l’altro colpisca te”. A questa attitudine si associò presto la cura dell’interesse pubblico. Il progetto di organizzazione di servizi igienici urbani, banalizzato dalla pubblicistica corrente, pose il Club al centro dell’attenzione cittadina e – come scritto a mano in una copia dell’opuscolo di presentazione del convegno pubblico (24 ottobre 1907) – “da qui iniziò il service rotariano”. Di ancora maggiore impatto fu la richiesta allo Stato dell’Illinois di concessione al Club della qualifica di State Corporation. Non è tanto importante ricordare l’avvenuta concessione della qualifica (27 luglio 1908) quanto segnalare il fatto che ai propositi iniziali, reciproco scambio di affari e sviluppo del cameratismo (“fellowship”), si aggiungeva un terzo, fondamentale scopo del sodalizio: “promuovere i migliori interessi di Chicago e diffondere lo spirito di lealtà fra i suoi cittadini” (“to advance the best interests of Chicago and spread the spirit of loyalty among its citizens”). Questo documento, pubblicato quindici anni or sono, è tuttora ignorato dalla stampa rotariana corrente; eppure, anche se redatto nella sola formulazione possibile da parte di un organismo che rappresentava allora un unicum, esso esprime il fondamento del Rotary, la dedizione alla comunità, evoluta nel tempo da locale a planetaria, ma rimasta sempre a custodia delle radici del nostro operare.
A seguito della fondazione, del tutto occasionale, del secondo Club a San Francisco, si costituirono in rapida successione fra il 1908 e il 1910 numerosi altri centri degli Stati Uniti, perpetuando una condizione rimasta tipica: accanto alle metropoli figuravano fin da allora cittadine con poche migliaia di abitanti. Aspetto comune alla maggior parte dei Club delle grandi città era l’elitarismo, rappresentato da un organico nel quale figuravano le maggiori personalità dell’industria, del commercio e della finanza. Da qui l’orgogliosa affermazione riportata nel 1916 dal periodico ufficiale: “Il Rotary è destinato a diventare una delle maggiori forze economiche che il mondo abbia mai conosciute”. L’estensione del sodalizio oltre oceano, specie nei paesi dell’Europa continentale, coincise con l’affermazione di quello che una studiosa americana definisce “irresistibile impero” yankee – del quale il Rotary sarebbe stato un araldo – caratterizzato emblematicamente dalla catena di montaggio, dai grandi magazzini, dagli oggetti di consumo, in definitiva dai nuovi costumi e dal nuovo modo di vivere fra cinema e musica di importazione, fra esaltazione del successo e fascino del divismo.
Il primo contatto del Rotary con l’Italia avvenne a Seattle nel maggio del 1918, a Grande Guerra ancora in corso, quando un imprenditore napoletano, Biagio Borriello, in visita di affari in quella città, ebbe occasione di frequentare il locale Rotary Club ricavandone una impressione così favorevole da indurlo a manifestare il proposito di trapiantare il sodalizio in Italia. Il Segretario Generale Chesley R. Perry colse immediatamente l’occasione, affidando a Borriello il mandato di costituire il Club di Napoli, con pieni poteri. L’inconcludente carteggio che ne seguì nel corso di più di tre anni presenta aspetti talora grotteschi, sino alla cessazione dei rapporti fra gli interlocutori. Nel frattempo erano pervenute da più parti alla Segreteria Generale segnalazioni e proposte di costituzione di Rotary Club a Torino, Genova, Roma, Milano, Firenze, Trieste, tutte sorprendentemente accantonate nonostante la pervicacia dimostrata per l’avvio di iniziative analoghe in Francia e in altri paesi europei. È stata avanzata la tesi che la ritrosia manifestata a fronte di rinnovate proposte concernenti l’Italia sia dipesa dalla confusa situazione politica del paese, dal succedersi di scioperi nelle industrie, di sanguinosi conflitti fra opposte fazioni, di sommovimenti rivoluzionari culminati nel ‘biennio rosso’, tali da rendere sconsigliabile al Rotary l’avventurarsi in un contesto socio-politico di esito incerto. Tuttavia, lo stallo attuato dai vertici rotariani sino al 1923, con un inciso risalente al 1921, suggerisce l’intervento, almeno in parte, di altri fattori, fra i quali la diffidenza più volte dimostrata da Perry verso una presunta inconsistenza italiana, acclarata dalla vicenda Borriello.
Solo all’inizio del 1923 Il Segretario Generale, a nome della Commissione per l’Estensione da lui stesso coordinata, si indusse a riconsiderare la situazione italiana nell’ambito di una missione affidata al Commissario Speciale per l’Europa, Fred Warren Teele. Egli arrivò in Spagna nel febbraio 1923, fornito di una lettera di presentazione alla Camera di Commercio americana di Barcellona. Qui ebbe modo di conoscere e di apprezzare un italiano, Carlo Carandini, Segretario del R.C. locale al quale affidò l’incarico di verificare la possibile costituzione di un Club a Milano. Ha inizio, a partire da questo momento, tutta una serie di iniziative e di rivendicazioni oggi esattamente ricostruibile sulla base di documenti d’archivio, ma non riproducibile in questa sede a motivo della sua mole e della sua complessità. Sarà qui sufficiente ricordare che l’operazione iniziata attraverso Teele si scontrò con una opposta iniziativa attuata nel 1921 da Leo Giulio Culleton, ingegnere italo-irlandese operante a Milano, attraverso Vivian Carter, Segretario del raggruppamento britannico R.I.B.I. e anch’egli irlandese. Questa iniziativa, perseguita con tenacia e spregiudicatezza, infine prevalse e determinò la configurazione di ispirazione britannica assunta inizialmente dal sodalizio in Italia. Essa consente di identificare in Culleton il vero fondatore del Rotary italiano, ruolo a lui riconosciuto finché rimase in Italia e subito dimenticato dopo la sua partenza. Il rapporto di Culleton con Perry, entrambi uomini di forte personalità, fu aspro ma si risolse a favore del primo. Egli sostenne con durezza una organizzazione italiana mutuata dal modello in atto nel Regno Unito fin dal 1912, dotata di margini di autonomia e retta da un Consiglio Nazionale con a capo il ‘Presidente’ (Governatore). Questo schema, di per sé inammissibile dal Rotary International perché contrario allo Statuto, fu infine accolto in forza di un ambiguo compromesso secondo il quale il ‘Consiglio Nazionale’ era per il Rotary International un mero organismo consultivo (‘Advisory Council’), mentre rappresentava in realtà il vero organo direttivo della costituenda associazione, guidata dal Club di Milano. Una ulteriore anomalia risultò dalla concessione all’Italia del primo Distretto dell’Europa continentale ancor prima che in Francia, nella quale il Rotary esisteva da oltre tre anni e contava un numero maggiore di Club già operanti. Inoltre, la presenza del Rotary in Italia era stata preceduta in Europa da quella di Spagna, Norvegia, Danimarca, Olanda, Belgio. È possibile – ma non risulta da alcuna fonte documentale nota – che a determinare tanta disponibilità da parte dei vertici rotariani abbia influito il contemporaneo atteggiamento del governo statunitense, del quale è espressione uno sconcertante articolo apparso nel settembre 1924 sulla rivista ufficiale ‘The Rotarian’ ad esaltazione di Mussolini e del regime.
Il Club di Milano fu inaugurato il 20 novembre 1923, seguito nel corso del 1924 dalla inaugurazione di quelli di Trieste, Genova, Torino, Roma, Napoli, Palermo, Venezia. Culleton lasciò Milano alla fine dello stesso anno, avendo già strappato al Rotary International la concessione a costituire il Distretto entro i primi mesi dell’anno successivo. Il riconoscimento formale avvenne a Milano il 3 febbraio 1925 alla presenza del Segretario Generale Perry. La cerimonia ufficiale ebbe luogo, sempre a Milano, il 21 aprile 1925 alla presenza del Presidente internazionale Everett W. Hill e di altre autorità del Rotary International. Il Presidente del Club milanese, James Henderson, fu nominato Governatore provvisorio, limitatamente al periodo precedente il nuovo anno rotariano 1925-1926.
Il carattere elitario assunto dal sodalizio italiano derivò da quello che già da anni caratterizzava i Club di alcune delle metropoli americane. Analogo fu l’atteggiamento adottato in rapporto alla funzione da svolgere sul piano internazionale, come chiaramente espresso nella relazione conclusiva dell’anno rotariano a Milano. “Le relazioni che verranno a stabilirsi fra gli uomini più rappresentativi dei principali paesi del mondo daranno un contributo di alta importanza su un terreno pratico e all’infuori delle diplomazie ufficiali, per la risoluzione dei maggiori problemi della vita internazionale”. Ancora più esplicitamente il Segretario nazionale Achille Bossi affermava: “Tutte le nostre missioni estere non hanno mai servito gran che e durante la guerra hanno servito ancor meno; il Rotary Club le sostituisce”.
Le variegate relazioni del Rotary italiano con il regime nei primi tre lustri della sua vita furono così ondivaghe e multiformi da consentire agli osservatori posteriori di formulare giudizi opposti, che vanno dalla accusa di supina acquiescenza ai voleri del governo fascista alla affermazione di sostanziale indipendenza del sodalizio e persino alla attribuzione del merito di avere tenuta alta la fiaccola della libertà. Non si possono tacere i ripetuti atti di omaggio al potere, che riflettono la posizione di componenti diverse della società dell’epoca, compresi esponenti dell’industria, ben rappresentati nei Club italiani, in aderenza all’assioma allora vigente, secondo il quale la politica degli industriali non poteva che essere filo-governativa. Non va dimenticato a questo proposito il fatto che, superata la crisi conseguente al delitto Matteotti e adottate le “leggi fascistissime”, il consenso nel paese stesse crescendo. Le reazioni del mondo rotariano a fronte della conquista dell’Etiopia, della proclamazione dell’Impero, del presunto ruolo di Mussolini quale salvatore della pace a seguito dell’incontro di Monaco fra Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia, corrisposero a quelle in atto nel paese e vanno inquadrate in quel contesto. Ben più significativo è il processo – protagonista del quale fu ancora una volta Biagio Borriello – che portò ad una subordinazione dei vertici del Rotary italiano a seguito delle deliberazioni del Congresso nazionale di Napoli (8-11 maggio 1929). Ciò avveniva mediante l’autorizzazione preventiva delle cariche apicali ad opera del governo, il rafforzamento dei poteri della Commissione Nazionale per le nomine, la durata biennale dei governatorati. Su opposto versante, sarebbe vana la ricerca di posizioni rotariane di aperto dissenso rispetto alla politica del regime. Merita, tuttavia, speciale menzione, almeno sul piano della dignità della istituzione e delle persone, un Ordine del Giorno presentato da Mattia Moresco, Presidente del Club di Genova e Rettore di quella Università, nella riunione del Consiglio Nazionale che nelle intenzioni del regime doveva sancire la fine del sodalizio. Quel documento, che ottenne l’unanimità dei consensi, invitava “tutte le Sezioni del Rotary Italiano a proseguire con serenità e con fede nella loro attività rotariana”. Il che non riuscì a scongiurare pochi giorni dopo l’ormai irrevocabilmente deciso scioglimento del Rotary italiano.
In ambito internazionale il Rotary ebbe ad affrontare a cavallo degli anni ’30 una profonda divergenza con la Chiesa cattolica e a compiere un atto politico di grande rilevanza. La prima vicenda era stata originata da un attacco portato nel 1929 al Rotary della rivista dei Padri gesuiti ‘La Civiltà Cattolica’ sull’onda di accuse rivolte alla associazione dalla stampa spagnola e latino-americana. Il periodico della Compagnia di Gesù affermava: “1) Il Rotary ha origini massoniche; 2) in molti paesi si trova nelle migliori relazioni con la Massoneria; 3) in qualche luogo ha assunto atteggiamenti apertamente ostili al cattolicesimo”. Al di là di queste affermazioni, gli strali erano diretti particolarmente al Codice Etico Rotariano, pubblicato nel 1915, del quale si contestavano l’attribuzione al Rotary di una peculiare “filosofia della vita”, “la strettissima parentela col Codice massonico”, l’indifferentismo religioso, la pretesa di “sostituire a tutte le religioni positive l’unica vera religione che è la religione dell’umanità, ed alla morale fondata sulla religione la morale laica della uguaglianza e fraternità massonica”. Soprattutto, “tra la concezione di Paolo Harris e quella di nostro Signore vi è un dissidio profondo e inconciliabile”. Questa situazione impose una serie di complesse trattative condotte a Roma dal Presidente internazionale I.B. Sutton, in circostanze che apparivano molto confuse fino a qualche anno fa e che sono state in seguito chiarite grazie alle ricerche condotte negli archivi vaticani da una studiosa italiana. La crisi fu risolta in forza di un compromesso, non privo di qualche ambiguità, secondo il quale poteva sostenersi da parte cattolica che il Codice Etico Rotariano era stato soppresso, mentre da parte rotariana poteva essere affermata la sola limitazione alla diffusione di un testo che di fatto sopravvisse fino al 1980.
L’evento politico, unico nel suo genere nella storia del Rotary, fu la Convention di Vienna (22-26 giugno 1931), la cui prima Sessione Plenaria era dedicata al disarmo delle grandi potenze in preparazione del Congresso per la pace, convocato a Ginevra dalla Lega delle Nazioni nel febbraio del 1932. La relazione centrale fu affidata ad un personaggio di primo piano, Lord Algernon Robert Gascoyne, 1° Visconte Cecil, già Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri, Lord del Sigillo Privato di Sua Maestà, Rappresentante britannico alla Lega delle Nazioni. L’evento, promosso da Sydney Pascall, Presidente del R.I.B.I. e prossimo Presidente del Rotary International, si giovava della momentanea coincidenza di intenti fra il governo del Regno Unito e quello italiano, la cui linea filo-britannica era rappresentata dal Ministro degli Esteri Dino Grandi. Tema dell’evento era la “urgente riduzione degli armamenti in quei paesi che non hanno subito limitazioni del loro apparato bellico” secondo i termini del Trattato di Versailles, e quindi Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Italia. Ulteriore scopo avrebbe dovuto essere quello della riduzione progressiva delle armi in tutti i paesi “al livello proprio delle forze di polizia”. “Il movimento rotariano – affermò Lord Cecil – è una delle cose più notevoli del mondo presente…Il Rotary sta acquisendo un grande potere nel mondo ed ha, di conseguenza, una grande responsabilità… È mio intendimento portare alla vostra attenzione una proposta e chiedere il vostro aiuto”. Quale sia stata la conclusione tratta dal governo italiano risulta dal fatto che Lord Cecil fu accolto solennemente in ottobre a Roma dai Ministri Grandi, Bottai e Mosconi e fu ricevuto in udienza dallo stesso Mussolini, che lo trattenne “a lungo in cordiale colloquio”. Il Congresso di Ginevra si risolse poi in un fallimento a seguito dell’avvento di Hitler al potere e al ritiro della Germania dalla Lega delle Nazioni. Ciò nulla toglie al significato della straordinaria iniziativa del Rotary International, presto dimenticata con il susseguirsi degli eventi. Le moderne rievocazioni rotariane della Convention viennese omettono di citare quella cruciale prima Sessione Plenaria e si limitano a ricordare che in quella occasione per la prima volta una Convention iniziò con il canto dell’inno rotariano allora in uso, tradizione che si continuò, con lo stesso cantore, sino al 1966.
I rapporti internazionali e nazionali del Rotary nel prosieguo degli anni ‘30 ebbero una evoluzione condizionata sia dagli eventi bellici, specie in Etiopia e in Spagna, sia dalle vicende interne. Ne risultò la soppressione del sodalizio in Germania, Austria e Italia alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale.
Si assiste nella stampa rotariana d’America, durante gli anni di guerra, ad una prevalenza di accenti nazionalisti divenuti vessatori nei confronti di Germania e Giappone al termine delle ostilità e, per contro, mantenuti concilianti e persino adulatori nei confronti dell’Unione Sovietica, della quale il periodico ufficiale rotariano magnificò le condizioni di vita, caratterizzate da piena occupazione, assistenza sanitaria e istruzione gratuite per tutti, elevato livello culturale. La progressiva espansione sovietica nell’Europa nord-orientale determinò un repentino e radicale cambiamento di posizione. L’avvento della cortina di ferro, unitamente al rafforzamento dei partiti comunisti in paesi dell’Europa occidentale, suscitò una decisa reazione, della quale il Presidente del Rotary International, il canadese Arthur Lagueux (1950-1951), si fece il principale promotore con pressanti appelli alla lotta per la libertà e alla resistenza alla pressione esercitata da quelle che egli definì “forze diaboliche”. Questa posizione ottenne per alcuni anni consensi e critiche nell’universo rotariano, sino all’affermazione della tesi, sostenuta dai Presidenti Internazionali Gian Paolo Lang, italiano (1956-1957), e Charles G. Tennent, statunitense (1957-1958), secondo la quale il Rotary doveva attenersi strettamente ai soli scopi istituzionali, astenendosi da ogni posizione politica. Una seconda crisi insorta nel 1951 fra Rotary e Chiesa cattolica, ancora sui temi del 1929, ebbe breve durata e si risolse con un ripensamento da parte vaticana.
Erano, quelli, gli anni della affermazione della Rotary Foundation, sino ad allora appendice di scarso rilevo, diventata progressivamente organo di primaria importanza nel Rotary sulla scorta dei cospicui fondi derivanti dalla raccolta di contributi in memoria di Paul Harris, mancato nel gennaio 1947. Dall’iniziale sostegno ad attività universitarie all’estero il programma della fondazione si estese alla concessione di fondi a paesi poveri per iniziativa della Consulta dei past Presidenti del R.I. (1959), ratificata dal Board R.I. nella sua sessione di maggio-giugno 1964. Gli interventi di natura umanitaria, divenuti prevalenti, ebbero una definitiva consacrazione con l’introduzione nel 1979 del programma 3H (Health, Hunger, Humanity – Sanità, Fame, Umanità), in coincidenza temporale con l’accordo stipulato il 25 settembre 1979 fra il Presidente internazionale James L. Bomar e il governo delle Filippine per l’avvio di una campagna di vaccinazione contro la poliomielite. Il programma, varato nel corso della sessione di maggio-giugno 1985 del Board R.I., fu esteso al mondo intero con il nome di Polio Plus. Esso, svolto nell’ambito della World Health Organization e sostenuto finanziariamente da governi e da associazioni in misura divenuta nel tempo di gran lunga maggioritaria, rappresenta un evento epocale senza confronti nella storia sanitaria dell’umanità. Le difficoltà oggi presenti nei due soli paesi rimasti endemici, Afghanistan e Pakistan, possono ritardarne ma non necessariamente impedirne la conclusione. Un ritorno ai programmi di istruzione universitaria fu rappresentato nel 1999 dalla fondazione dei ‘Rotary Centers for International Studies’ destinati alla formazione di operatori di pace e oggi attivi in diverse parti del mondo, seppure in sedi universitarie in parte mutate rispetto a quelle originarie. L’estensione all’ambiente delle ‘Aree di Focus’ della fondazione e l’introduzione degli ‘Scale Grants’, destinati a concentrare ingenti risorse su progetti ad ampia estensione e di grande impatto, rappresentano ulteriori sviluppi del variegato programma globale.
Contrariamente alla generale convinzione che il tema della qualifica rotariana alle donne sia di recente origine, esso risale alla Convention di Duluth (6-9 agosto 1912) ed ha avuto sporadiche applicazioni negli anni seguenti fino alla costituzione, in data 22 maggio 1923, della associazione ‘Women of the Rotary Club of Chicago’ (comunemente denominata ‘Women of Rotary’), riconosciuta quale Corporation dello Stato dell’Illinois, così come era avvenuto 15 anni prima con il Club ‘Number One’ di Chicago. La nuova organizzazione contava fra le sue socie le mogli di diversi pionieri rotariani e fu per qualche tempo presieduta dalla consorte stessa di Paul Harris. Suo scopo era “l’estensione del service del Rotary a tutte le opportunità più pertinenti alla sfera femminile”. Essa incontrò fin dal suo inizio l’inflessibile ostilità del Segretario Generale Perry, che ne impedì il formale riconoscimento da parte del Rotary International. Incurante di ciò, Paul Harris non ebbe remore, alla vigilia (21 maggio 1923) del riconoscimento statale, a scrivere una lettera alla Presidente, dichiarando di essere “più che soddisfatto dei progressi fatti dalle donne durante i due anni di esistenza [informale] dell’associazione” e di potere “certamente sostenere che essi supera[vano] di gran lunga le più rosee aspettative”. Affermava infine: “Non c’è a mia conoscenza motivo alcuno che possa impedire alle donne di realizzare cose che si sono dimostrate utili quando compiute dagli uomini”. Forte di tanto sostegno morale, ‘ Women of Rotary’ proseguì per molti anni la sua attività fino alla confluenza, in data 11 maggio 1995, nel ‘Fund of the Rotary/One Foundation of the Rotary Club of Chicago’, sotto il nome di ‘Women of Rotary Scholarship Fund’. Su opposto versante la vicenda conclusa con l’ammissione ai Rotary Club della componente femminile iniziò in sede di Sessione Legislativa, all’epoca corrispondente all’attuale Consiglio di Legislazione, della Convention di Detroit (18-22 giugno 1950). La proposta di abolire l’appartenenza esclusivamente maschile al sodalizio fu respinta, così come lo furono analoghe proposte avanzate nel corso delle Convention di Toronto (7-11 giugno 1964), Houston (11-15 giugno 1972), San Francisco (5-9 giugno 1977). Iniziò nel gennaio 1978 l’annosa vicenda dell’ammissione non autorizzata di socie nel piccolo Club di Duarte, che si concluse, dopo una lunga serie di sentenze e di ricorsi nelle sedi giurisdizionali dello Stato di California, con la decisione della Suprema Corte degli Stati Uniti (4 maggio 1987) di ammettere al Rotary persone di sesso femminile. In questo lasso di tempo il Consiglio di Legislazione – per la prima volta separato dalla Convention – convocato a Montecarlo (18-20 febbraio 1983), aveva respinta a larghissima maggioranza l’ammissione di donne ai Club; alla stessa conclusione era poi giunto il Consiglio successivo, riunito a Chicago nei giorni 3-6 febbraio 1986. Il Board ne prese atto, precisando nella sua sessione di febbraio 1988 che la sentenza della Suprema Corte si riferiva solo agli Stati Uniti e non poteva essere estesa ad altri paesi. Tuttavia, la situazione fu ribaltata a seguito della decisione del Consiglio di Legislazione di Singapore (23-27 gennaio 1989) – presa anche questa volta a larga maggioranza, ma in senso opposto – che sanciva l’universale ammissione della componente femminile ai Rotary Club.
L’organico del Rotary nel mondo raggiunse il numero di 1 milione di soci nell’aprile 1986, superando la soglia di 1.200.000 dieci anni dopo. La fondazione di Club nei paesi dell’Europa nord-orientale, conseguente al crollo dei regimi sino ad allora vigenti, e l’apertura alle donne indussero la previsione di un rapido sviluppo dell’organico totale, che tuttavia risultò ben presto inferiore a quanto sperato. Da circa 30 anni l’organico oscilla intorno a valori di poco superiori a 1.200.000, con alternanza di modesti incrementi e di altrettanto modesti cali annui, associati ad un ricambio dell’ordine del 10 %. Il dato più significativo è tuttavia rappresentato dalla progressiva perdita di soci nel mondo occidentale, contrapposta ad un notevole aumento numerico in Asia. All’inizio del trentennio i rotariani di Stati Uniti e Canada costituivano la metà dell’organico totale; oggi ammontano a circa un quarto. Per contro i paesi asiatici, la cui rappresentanza nel Rotary era poco più che simbolica all’inizio del periodo, assommano oggi a circa tre quinti del totale. Per quanto concerne l’Europa continentale, si è verificata, particolarmente negli anni più recenti, una impressionante perdita di soci in quasi tutti i paesi, da quelli baltici a quelli scandinavi, da quelli ex-comunisti alla Francia e all’Olanda. Fanno eccezione l’intero settore germanofono e l’Italia, che hanno sostanzialmente mantenute le loro posizioni.
Il Rotary attraversa un periodo delicato e non privo di qualche contrasto al di là dell’unanimismo di facciata. I fermenti che si agitano sotto quel velo potrebbero dare origine a differenti scenari attraverso percorsi che richiedono, forse oggi più che mai, attenzione e partecipazione.
Giuseppe Viale; luglio 2026.




